Historia

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Giovanni Pascoli scrisse una poesia intitolata “La Piada”

La historia de la piadina tiene orígenes antiguos que remontan a la época etrusca, donde se preparaba una especie de masa con cereales cocidos de forma redonda, rellenos de verduras o utilizados como una especie de pan.

Los romanos hicieron propia esta receta que se consumía en los lugares más refinado. El propio Virgilio habla en el séptimo libro de “Eneide”, escribiendo que era un “ORBEM exiguam” un disco delgado parecido al pan tostado.

Pero las opiniones sobre el origen de la piadina y sobre la composición de la preparación original son diferentes. El primer testímonio escrito de la piadina se remonta al año 1371. En la Descriptio Romandiolae, el cardenal legado Ángel de Grimoard, fija por primera vez la receta: «Se hace con harina de grano, mezclada con agua y condimentada con sal. Se puede amasar también con leche y condimentar con un poco de grasa de cerdo».

Puede ser degustada como soporte del pan para acompañar los diferentes platos en el curso de la comida. Suele comerse con otros alimentos, principalmente se suele untar diversos alimentos, quizas el más tradicional es el queso de la Romagna denominado squacquerone decorado con hojas de rúcula y acompañado por jamón crudo.

Después de haber sido casi olvidada durante el Renacimiento, la piadina recupera el terreno perdido siendo celebrada en un poema de Giovanni Pascoli, simplemente titulado La Piada, que el poeta llama el pan de Romagna.

 

LA PIADA di Giovanni Pascoli
I
Il vento come un mostro ebbro mugliare udii notturno.
Errava non veduto tra i monti, e poi s’urtava al casolare
piccolo, ed in un lungo ululo acuto fuggiva ai boschi,
e poi tornava ancora più ebbro, coi suoi gridi aspri di muto.
L’udii tutta la notte, ed all’aurora, non più. Dormii.
Sognai, su la mattina, che la pace scendeva a chi lavora.
Or vedo: scende. Scende: era divina l’anima.
Il cielo tutto a terra cade col bianco polverio della rovina.
Non un’orma. Vanite anche le strade.
La terra è tutto un sol mare e onde bianche, di porche ov’erano le biade.
Resta il mio casolare unico, donde esploro in vano. Non c’è più nessuno.
E solo a me che chiamo, ecco risponde il pigolio d’un passero digiuno.

II
Sul liscio faggio danzi corra voli, Maria, lo staccio! e trpicchi giocondo,
vaporando il suo bianco alito fino, che si depone sul tuo capo biondo.
O lieve staccio, io t’amo. Il tuo destino somiglia al mio:
tener la crusca; il fiore, spargerlo puro per il tuo cammino.
E fai codesto con un tuo rumore lieto, in cadenza:
semplice ma bello per l’orecchio del pio lavoratore.
Ma triste, sotto mezzodì, per quello del viandante,
che rasenta i triti limitari del lungo paesello:
ch’ode un danzar segreto, ode tra i diti di donna sola, in ogni casa,
andare te, casalingo cembalo, che inviti lo sciame errante al tacito alveare.

III
Taci, querulo passero: t’invito. Sempre diventa il tuo gridìo più fioco:
taci: or ora imbandisco il mio convito.
Il poco è molto a chi non ha che il poco:
io sull’arola pongo, oltre i sarmenti, i gambi del granoturco, abili al fuoco.
Io li riposi già per ciò. Ma lenti sono alla fiamma:
e i canapugli spargo che la maciulla gramolò tra i denti.
Nulla gettai di quello che non largo mi rese il campo:
la mia man raccoglie anche i fuscelli per il mio letargo.
Serbo per il mio verno anche le foglie aride.
Del granturco, ecco via via mi scaldo ai gambi e dormo sulle spoglie.
Ciò che secca e che cade e che s’oblia, io lo raccolgo: ancora ciò che al cuore si stacca triste
e che poi fa che sia morbido il sonno, il giorno che si muore.

IV
Il mio povero mucchio arde e già brilla:
pian piano appoggio su due mattoni il nero testo di porosa argilla.
Maria, nel fiore infondi l’acqua e poni il sale; dono di te, Dio;
ma pensa! l’uomo mi vende ciò che tu ci doni.
Tu n’empi i mari, e l’uomo lo dispensa nella bilancia tremula:
le ande tu ne condisci, e manca sulla mensa.
Ma tu, Maria, con le tue mani blande domi la pasta e poi l’allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande come la luna;
e sulle aperte mani tu me l’arrechi,
e me l’adagi molle sul testo caldo, e quindi t’allontani.
Io, la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto,
fin che stride invasa dal calor mite, e si rigonfia in bolle:
e l’odore del pane empie la casa.

V
Chi picchia all’uscio? Tu forse, Aasvero,
che ancora cammini per la terra vana, arida foglia per un cimitero?
Chi picchia all’uscio? …E fioca una campana suona… Chi suona?
Forse un vecchio prete, restato a guardia della tomba umana?
E’ solo; e ancora mezzodì ripete l’Angelus,
ed a rincasare invita, morti, voi, che sottoterra ora mietete.
Socchiudo l’uscio. Antica ombra smarrita, che in cerca erri del corpo;
ultima foglia, che stridi ancora dove fu la vita;
quel vento t’ha portato alla mia soglia, vecchio ramingo,
ultima foglia morta d’albero immenso che non più germoglia?
Ma tu sei vivo: hai fame! E qui ti porta necessità. Sei vivo: soffri!
Vivo sei: piangi! Ed ecco, dunque, apro la porta:
entra fratello, che ancor io …si, vivo.

VI
Entra, vegliardo, antico ospite: ed ecco l’azimo antico degli eroi,
che cupi sedeano all’ombra della nave in secco
(si levarono grandi sulle rupi l’aquile;
e nella macchia era tra i rovi un inquieto guaiolar di lupi…):
il pane della povertà, che trovi tu, reduce aratore, esca veloce,
che sol s’intrise all’apparir dei bovi:
il pane dell’umanità, che cuoce in mezzo a tutti, sopra l’ara,
e intorno poi si partisce in forma della croce:
il pane della libertà, che il forno sdegna venale;
cui partisci, o padre, tu, nelle più soavi ore del giorno:
ognuno in cerchio mangia le sue quadre; più, i più grandi,
e assai forse nessuno; forse n’ebbe più che assai la madre,
cui n’avanza per darne un pò per uno.

VII
Azimo santo e povero dei mesti agricoltori,
il pane del passaggio tu sei, che s’accompagna all’erbe agresti;
il pane, che, verrà tempo e nel raggio del cielo, sulla terra alma,
gli umani lavoreranno nel calendimaggio.
Che porranno quel di sugli altipiani le tende,
e nel comune attendamento l’arte ognun ciberà delle sue mani.
Ecco il gran fuoco, che s’accende al vento di primavera.
ma in disparte, gravi, sulla palma le bianche onde del mento,
parlano i vecchi di non sò che schiavi d’altri e di sè:
ma sembrano parole sepolte, dei lontani avi degli avi.
Guardano poi la prole della prole seder concorde,
e, con le donne loro e i loro figli, in terra sotto il sole,
frangere in pace il pane del lavoro.

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